mercoledì 27 ottobre 2010

Nomadismo culturale

             Il gruppo ludicoricreativo  "Sturmo e Drango", in formato ridotto, conscio dell'importanza della cultura nella società moderna,  ha apportato il suo contributo di esegesi  relativamente ad un post di "haute culture" su alfabeta2, trasformandolo a tratti in "hot culture".

Si segnala l'intervento, a chiusura dei commenti, del redattore del post, Italo Testa, che denota uno afflato consono allo spirito zingaresco.
 
I giocatori (elenco parziale in aggiornamento):
 
Colonia Lunare  as Ghignagatto
LateThink as Normanno
Rehov nahum as Samuele
Attila as Nestani 
il sottoscritto as Palindromo
altri
 

palindromo 11 ottobre 2010 alle 14:36
Interessante l’osservazione come le parole “siano” opache nella realtà dei fatti. Stavo giusto riprendendo in mano, giusto ieri le “Ricerche Filosofiche” di Wittengstein e lì la problematica dell’uso delle parole è il leitmotiv di tutta l’opera, la logica profonda che soggiace al discorso, il suo utilizzo, il gioco linguistico. Ad una lettura superficiale parrebbe che quanto sostiene il filosofo tedesco sia quasi una presa di distanza dalla “metafisica della poesia” , in realtà l’applicazione della definizione del “gioco linguistico” sdogana tale medium dall’alveo di insensatezza ove alcuni vorrebbero collocarlo. Saluti.
Nestani 11 ottobre 2010 alle 15:47
L’Arcadia di cui tutti si permettono di discettare è il nostro inferno! Quei prati su cui pascolerebbero le greggi, quelle acque che potrebbero sembrare placide, quelle fronde troppo verdi sono le trappole di chi vuol scrivere in versi, di chi ha bisogno di trascrivere quello che ha dentro attraverso il fuoco della poesia. Alle volte invidio i candidi bruti che non debbono esprimere il loro pensiero, in quanto non hanno alcuna necessità che non sia penosamente corporale. Quelli vivono allegramente la loro vita nella pienezza, mentre io mi trovo ad arrovellarmi su un termine, su un passaggio, su quell’immagine che non si compone mai così nitidamente quanto io voglio che appaia. Per loro è il luogo fisico di dove si trovano là nell’istante che fugge, non ha niente, non ha contorni, è tutto sfumato nella loro immediatezza. Ed io mi contorco su un verso di quell’Arcadia che, nel mio tentativo di farla vivere pienamente, diventa rossa come la fiamma che la poesia fa ardere come un ciocco dentro ad un vecchio focolare procurandomi una pena senza soluzioni. Nestani
Normanno 11 ottobre 2010 alle 16:09
Ma può esistere un luogo senza contenuto? E un contenuto esiste senza memoria? Certi “luoghi” pregni di vissuto sono solo entità tridimensionali o va loro aggiunta la dimensione del pensiero? Sono i primi interrogativi che mi sono venuti alla mente leggendo questo post con il quale non concordo solo nell’affermazione che le poesie non ricordino. A mio avviso le poesie sono piene di ricordi che, però, non si manifestano con le parole in esse contenute ma nelle sensazioni che suscitano durante la lettura. Sono questi sentimenti i veri ricordi insiti nella poesia.
Ghignagatto 11 ottobre 2010 alle 16:26
La parola “luogo” per sua natura non può non rimandare in continuazione nel non-spazio, in quel luogo del disastro di blanchottiana memoria. Topologia della gelassenheit, “luogo” è schiudersi della spazialità attraverso il linguaggio, è il rasoio di Ockham che spalanca la scatola nel quale è rinchiuso il gatto di Schrodinger, è la casella vuota dei sentieri destinati ad interrompersi, ma è anche lo spazio dello scambio simbolico e della morte. Il luogo è lo spazio del delitto, ed anche se il delitto non è perfetto, lo è nel suo rimanere identico a sé attraverso le infinite variazioni. E sulla base di tutto questo non è possibile far finta di nulla, come se Roussell o Robbe-Grillet non avessero mai tracciato geografie di spazi lisci percorsi da linee di fuga destinate a convergenze eternamente parallele. Non a caso, le aperture metafisiche delle geometrie riemanniane rimandano al luogo in quanto tale, nel suo essere apertamente chiuso su sé stesso. Ed il curvare le superfici piane cartesiane è proprio ciò che ha permesso a Riemann di far sì che lo spazio liscio diventasse luogo curvo, avvolgente ed allo stesso tempo richiudentesi su se stesso. In ogni campo della contemporaneità, il luogo (come anche il movimento, entità compulsivamente speculare) non può non essere (s)oggetto di confronto, del suo aprirsi alla penetrazione come nel rimanere chiuso dietro le barriere che alza per tenerci a distanza. E’ la rigogliosa apertura della poesia della Michaels che accoglie gli sguardi tra floride esuberanze, come anche è il senso opprimente di condanna ad un destino inevitabile dei versi di un Bousquet che afferma che la ferita esisteva prima di lui e che lui è nato per incarnarla. E’ la fierezza di un D’Annunzio o di un Yeats, come anche di una Jansen o di una Lane, ma è anche la secca lucidità di un Montale che, alla fine, ci invita a non chiedere la parola.
Samuel 11 ottobre 2010 alle 18:23
Mi sembra pero’ centrale la questione dell’identita’. Se non comprendiamo il soggetto come socialmente costruito, facendo tesoro della lezione di Benjamin, finiremo sempre e comunque per tracciare una linea illusoria di confine tra vero e falso. Q quel punto anche la poesia, anche la parola, insomma qualsiasi poiesi diventa feticcio, merce, moneta. E la moneta cattiva scaccia quella buona.
Normanno 11 ottobre 2010 alle 22:35
Alle pur ottime osservazioni di Ghignagatto vorrei aggiungere che Riemann, attraverso un percorso meramente poetico, sebbene metafisico, riesce a cogliere con stupefacente anticipo l’essenza di quello spazio che poi Einstein saprà tradurre in leggi fisiche. In quest’ottica il nostro concetto di “luogo” diviene elemento di congiunzione tra fisica e metafisica, tra scienza e coscienza, tra universo e Uomo. Non è un caso che solo le menti più acute siano in grado di concepire spazio, tempo ed infinito. Tre concetti alla base della teoria di Caponegro secondo la quale possedere uno dei tre rende irrilevanti gli altri. Del resto come non vedere la Luce in questo studioso e come dare torto alla sua teoria: se possiedi l’infinito, spazio e tempo non contano nulla avendo tu la possibilità di percorrere tutto lo spazio in tutto il tempo che vuoi. Se possiedi il tempo, nulla ti impedisce di percorrere lo spazio all’infinito. Se possiedi lo spazio, puoi piegarlo a tua necessità e rendere irrilevante il tempo necessario a percorrerlo e corte a piacere le infinite distanze. Anche qui solo Einstein, con la teoria della relatività, riuscirà a dare fondamento scientifico a queste intuizioni. Ma molto tempo dopo e senza lo stesso afflato poetico.
Samuele 12 ottobre 2010 alle 09:59
Tutto vero, anche se l’ultima produzione di Riemann, penso sopratutto alla silloge Poems from a Back Orifice, sembra avviato verso una decostruzione del tessuto narrativo, quando capovolge la prospettiva imenea. Non e’ Jethro Pound, quello no. Probabilmente piu’ Ezra Tull, o una sintesi dei due.
palindromo 12 ottobre 2010 alle 10:06
Noto con piacere come il connubio scienza-poesia qui sia stato meravigliosamente espresso dai commentatori. Riemann, Einstein, Caponegro… Al proposito vorrei sottolineare la meravigliosa opera di M. Wells purtroppo reperibile solo in Inglese “In the Gadda land: science and language in the works of Carlo Emilio Gadda”, new york, 1996, dedicato all’ingegnere elettrotecnico il cui contributo nell’innovazione del linguaggio letterario non è a mio avviso stato in pieno compreso e valorizzato. La fronda antiscientista tipica del nostro paese ha sempre narrato di una netta dicotomia tra il lavoro svolto dal grande romanziere e la sua opera letteraria vista come fuga da un quotidiano opprimente. Nell’opera citata invece, testi in una mano e biografia nell’altra, si dimostra come il rapporto tra gli studi di Gadda è la sua opera fossero componenti sinergiche nel suo agire creativo.
Nestani 12 ottobre 2010 alle 11:43
Non sono d’accordo Normanno, la riduzione a mero e gretto discorso scientifico affligge lo spirito della poesia che aleggia costante sull’opera che ognuno di noi, pervaso, si affligge nell’esplicitare. Sarebbe un banalizzare quel fuoco che non può e non vuole essere soggetto alle leggi fisiche, sarebbe come ridurre a pauperi termini economici il valore di un componimento. Io scrivo nell’intimo del mio studio perchè ho la necessità fisica di esplicitare quanto sgorga possente dal mio animo. Se non pubblico perchè sono gelosamente possessivo nei confronti del mio privato, significa che i miei versi non hanno valore? Siamo disposti davvero a sacrificare la nostra arte ai valori mondani? Siamo davvero disposti a sacrificare sull’altare del Mondo, qualcosa che non può essere ridotto a vile prodotto del suddetto Mondo, ma è qualcosa che nasce ben oltre? Io, il mio fuoco, la mia passione, ciò che mi fa soffrire, ma mi inebria, non la riesco a ridurre ad una mera massa riconducibile ad comune legge fisica. Tieniti i tuoi scienziati, che non immaginano nemmeno quell’Arcadia con cui noi, dall’animo intriso di una forza che nessuna legge fisica potrà mai contenere, dobbiamo combattere ogni qualvolta il fuoco esplode fragoroso cercando quel troppo stretto sentiero di uscita che solo la penna sa dare. Nestani
palindromo 12 ottobre 2010 alle 11:59
e ciò mi ricorda la celebre domanda: “qual’è il rumore di un albero che cade in un bosco?”.
Normanno 12 ottobre 2010 alle 12:03
La domanda è fasulla: “Il rumore di un albero che cade in un bosco” è irrilevante. Ciò che conta è il silenzio che segue alla caduta che non è dissimile a quello presente prima. In questo a significare l’irrilevanza di un singolo essere.
palindromo 12 ottobre 2010 alle 12:12
il momento è fasullo, l’attimo non si confonde tra un prima ed un dopo aprioristicamente fondati
Normanno 12 ottobre 2010 alle 12:15
Se il momento è fasullo e pure fasulla è la domanda, come può esserlo l’intero? Questo è il vero dilemma: esiste il bosco? Esiste l’albero? Ma soprattutto: esiste chi ascolta?

Samuele 12 ottobre 2010 alle 12:16





Sono perfettamente d’accordo con Normanno. Quello che crea la poesia, poiesis, non e’ il pieno della parola, ma il vuoto del silenzio che la circonda. In questo senso trovo pertinenti le osservazioni di E. Angelina, sulla parola come bassorilievo nel secondo Heidegger.
Che poi uno di voi due (non fatemi dire chi) sia stato ingiustamente bocciato al concorso per ordinario, questo non c’entra nulla. Per favore manteniamo il confronto a livelli civili. Facciamoci, come dice il Maestro, conoscere e non riconoscere.
Con stima.
palindromo 12 ottobre 2010 alle 12:24
non tiriamo fuori questioni non inerenti all’argomento del post, per cortesia. Citare a proprio comodo heidegger quando il confronto si fa ficcante non mi pare corretto. Con stima.

Normanno 12 ottobre 2010 alle 11:57





Vedi, caro Nestani, spiace vedere come l’impeto poetico ti abbia fatto equivocare le mie parole.
Il riferimento ad Einstein non era nel senso brutale di concepire la poesia come una emanazione della scienza o nel volerla imbrigliare in leggi che nulla hanno a che fare con essa.
No. Era solo un modo per esaltarla fino a portarla in un mondo che non è uso adottarla. Era il mio modo per dire che anche la fredda scienza non può prescindere dalla constatazione che la poesia sia in tutto ciò che ci circonda. E la dimostrazione è che Einstien sia arrivato con fatica laddove un poeta è arrivato con l’immediatezza del suo afflato.
Padre Jean Marie Default era un illustre matematico ma senza l’apporto della poesia, in cui era maestro dato che amava segretamente Madame De Recovery, non sarebbe mai arrivato a formulare le sue teorie.
Quando uno scienziato afferma di avere avuto il “lampo di genio” spesso non ha fatto altro che poesia. Poesia del movimento, poesia dell’osservazione, poesia del contatto, poesia… nella scienza.
palindromo 12 ottobre 2010 alle 12:06
Caro Normanno hai colto nuovamente l’essenza della questione: il profondo pozzo in cui il pendolo degli attimi batte il lento scorrere degli eventi porta allo scoccare della scintilla dell’atto fondante, vita che si fa micromica percorrenza di singoli accadimenti che ad un’occhio distaccato disegnano piani multidimensionali.
Nestani 12 ottobre 2010 alle 12:50
No, il nostro tormentato animo deve rifuggire la scienza, che è merce per chi non può elevarsi. La scienza è materia per chi non ne ha abbastanza del rincorrere quotidiano dietro alle questioni del Mondo, a chi non riesce a staccare lo sguardo da ciò che ha di fronte, da chi continua a volere senza motivo. Il poeta deve staccarsi, deve ritrovare costantemente la sua Arcadia, il suo giardino interiore da cui sgorga come un unico afflato la passione ed il tormento, l’estasi e il dolore di un esplosione sempre rinnovata da una forza che nessuna scoperta biologica potrà mai, non dico spiegare, ma nemmeno descrivere. Il poeta è l’unico che può elevarsi nella sua interiorità facendo sgorgare quel luogo di cui tutti sanno, ma che nessuno ha la capacità di esprimere. Nestani
palindromo 12 ottobre 2010 alle 13:32
“nel giardino del silenzio fiorì la gramigna del dubbio” Ibn Alam, da “Il perdono onirico ed altri racconti” Ed. Esperidi

Samuele 12 ottobre 2010 alle 12:23





scusate se mi intrometto, mi sembra che siate ancora fermi alla dicotomia delle due culture, scienza versus letteratura, e questi sono dibattiti superati gia’ negli anni Cinquanta [qualcuno dovrebbe avvisare le commissioni per i concorsi, soprattutto nelle Universita' del Sud].
Per il resto, e non mi importa piu’ di tanto essere riconosciuto, io sono d’accordo con A. RRapaho. L’Italia manca di cultura in senso scientifico e di scienza in quanto culattura. E’ un peccato che Klister abbia cessato le pubblicazioni, era una rivista davvero stimolante, magari in Italia qualcuno puo’ riprenderla come sito web?
Normanno 12 ottobre 2010 alle 12:30
Ho il vago sospetto che tu sia un Troll. Se vuoi discutere seriamente lascia perdere riferimenti a riviste più o meno stimolanti. Io e gli altri stiamo parlando seriamente, se vuoi partecipare ti chiedo di fare altrettanto e rispettare il blog su cui intervieni.

Samuele 12 ottobre 2010 alle 12:38





Veramente non capisco come mai, in un dibattito dedicato al confronto tra parola e silenzio, ci sia sempre, dico sempre, qualcuno che cerca di zittire l’interlocutore. Quasi fossimo, chesso’, in una jam session.
Bisogna essere disposti a un corpo a corpo con singoli vocaboli. O affrontare la corporeita’ del vocabolario.

Ghignagatto 12 ottobre 2010 alle 12:51





Credo che si sia perso un po’ il senso del discorso. Che ci sia stato un allontanamento dal luogo, sarebbe il caso di dire. Non ricordo più chi citava la Caponegro, e la citazione era quantomai penetrante. La Caponegro, come anche la Lynn, o più recentemente la Lane o la Grey (ed innumerevoli altre), sono riuscite ad offrire una visione del luogo oscuro, in virtù della loro evidente femminilità, come spazio non più nascosto, ma offerto alla visione. Il loro luogo, che in un certo senso è l’elemento comune delle loro produzioni artistiche, è qualcosa che si rivela spazio finalizzato alla scoperta ed alla esplorazione. Alla penetrazione, appunto. E’ la rosa che si schiude grazie alle cure del giardiniere, il bocciolo che si apre per accogliere l’ape. Il loro luogo si manifesta nella apertura della non chiusura, nel rendersi aperto ed accogliente da parte di qualcosa che per sua natura comunque non è e non potrebbe essere chiuso (pena l’impossibilità di sopravvivenza del soggetto stesso). E la gioia che la visione dei loro luoghi offre ai fruitori che decidono di avvicinarsi alla loro arte è qualcosa che mette in discussione perfino il manifestarsi di un potere autoritario attraverso la voce di una morale condivisa.

palindromo 12 ottobre 2010 alle 13:28





@ ghignagatto
Ti ricordo che le opere delle autrici da te citate furono però ridimensionate nel celebre pamphlet di James Rock o’Sicold “Holes and hard ons in the stream of consciousness: a polemic essay”.
@ samuele
con lei ci siamo già confrontati in altro luogo, la pregherei di non insistere oltre.
Ritengo che il suo valido apporto dialettico dovrebbe concentrarsi sulla problematica inerente alla poetica dei luoghi, più che alla polemica dei luoghi.
samuele 12 ottobre 2010 alle 18:49
palindromo, parliamoci chiaro. Non mi va di riaprire vecchie ferite, ma: qualcuno, anche in questa conversazione, ha parlato della differenza tra citazione e scopiazzatura. Veda di ripassarsi il contributo e magari anche di riprendere in mano gli scritti di Deleuze, e soprattutto il saggio sulla ferita epistemica ovulare, che in Italia ha trovato piu’ imitatori che intenditori (fatti salvi, ovviamente, M. Frajese e L. Borgia).

palindromo 12 ottobre 2010 alle 13:47





Scusate ma questa stimolante discussione mi ha fatto venire in mente le parole, quanto mai attuali di Antonin Artaud:
« Il SURREALISMO non è un movimento espressivo nuovo o più facile, né una metafisica della poesia; è un mezzo di liberazione totale dello spirito »
Da brividi, da brividi.

Nestani 12 ottobre 2010 alle 13:50





Voi citate, citate, citate… ma quando si cita, inconsapevolmente, si copia.
Ecco, vi invito a prendere a due mani la vostra fantasia e librarvi alti nell’Arcadia del vostro interiore, per poi rituffarvi repentini nell’estasi di un momento in cui la poesia trabocca dalla penna direttamente sulla carta.
Non inseguite icone che vi appaiono irraggiungibili, ma concentratevi sul quel fuoco che dimora presso di voi, sviscerate ciò che di più sacro avete nelle vostre viscere. Non abbiate paura di urlare a voi stessi: io mi amo attraverso la poesia!
Non siate come coloro che cercano nei libri quell’arida verità che sgorga pregna di ancestrale vita dall’interno del vostro io più recondito.
Tutti sono capaci di attaccarsi all’opera altrui, ma a quale prezzo? Siamo certi di voler svilire il nostro qui e adesso, per inseguire dei modelli che non sono nostri?
Nestani
palindromo 12 ottobre 2010 alle 13:54
amo, amo di un senso profondo e colgo il pulsare notturno colto nel suono ora mi pare più grande
samuele 12 ottobre 2010 alle 18:52
Ma non e’ possibile, questo (come direbbe R. Schicchi, nel suo saggio sul Petralcina) e’ kitsch del piu’ deteriore! E’ cosi’ pesante l’apparenza della ideologia patriarcale, misogina, fenotipica, e romboidale, gonorroidica direi che uno, davvero, si chiede se stiamo scherzando. Ma siamo seri, suvvia.

Normanno 12 ottobre 2010 alle 13:59





Caro Nestani, anche tu copi nel momento in cui chiami Arcadia, termine che non certo hai inventato, il tuo interiore.
E inviti noi a librarci nella nostra Arcadia.
Attenzione a non confondere la copia con la libera interpretazione o, più pericolosamente, con il giusto riconoscimento del capolavoro di altri.
Non tutto può essere fatto autonomamente, ma la soddisfazione massima viene dalla comunione di corpi e menti.
Spada e calice furono fatti per essere uniti non per giacere separati ad osservare la propria solitudine.
palindromo 12 ottobre 2010 alle 14:09
“Una cieca e inflessibile mancanza di disciplina in ogni tempo costituisce la vera forza di tutti gli uomini liberi” Alfred Jarry
samuele 12 ottobre 2010 alle 19:00
Normanno, ma quando parli di capolavoro, cosa intendi? Perche’, per esempio, io trovo questionabile definire Manolesta di Raffaele Ernesta un capolavoro, mentre non ho alcun problema, e sono certo che concorderai [1] con l’opera completa di Federica Ficalunga. [1] delle recensioni pubblicate a tradimento parleremo un’altra volta.
Normanno 12 ottobre 2010 alle 19:43
Francamente, Samuele, non so più cosa pensare. Inizialmente credevo fossi un troll, ora credo che tu mi abbia scambiato per un’altra persona. In ogni caso semri troppo documentato per essere un troll ma sicuramente le tue citazioni ti inquadrano in un ben preciso contesto storico-culturale che, probabilmente, non mi appartiene. Da qui, penso, le nostre divergenze di opinione. In ogni caso le uniche recensioni di cui sono autore sono regolarmente pubblicate e di argomento decisamente più aulico. Sul fatto che un capolavoro sia nell’occhio di chi guarda non ho problema alcuno ad ammetterlo ed, anzi, lo ritengo un fondamento della “libera arte in libero corpo per una libera mente”.

Nestani 12 ottobre 2010 alle 16:39





Normanno, mi deludi, Arcadia è solo appellativo, potevo nominarla Eden o Isola che Non C’è, è colà dove il nostro animo si inabissa per esplodere in un profluvio di sensazioni nell’estatica ed altresì dolorosa emozione che ci porta a brandire la penna come un maglio per irrorare le messi dell’ispirazione che spinge al raggiungimento del sublime.
Nestani
samuele 12 ottobre 2010 alle 18:56
Ben detto, Nestani. E comunque la Arcadia, come dimostrato da P. Etomane, e’ una figura femminile, passiva, inventata per dare risalto alla potenza fecondante del maglio maschile. Insomma, ogni volta che si parla di Arcadia si reca un altro affronto al movimento di liberazione delle donne e si perpetua una meccanica coloniale di dominio. Ideologia, niente altro che ideologia.
Ciro Cazzaniga 13 ottobre 2010 alle 01:43
Salve, leggo da molto, mi sento però adesso chiamato in causa, da Nestani. Al link si trovano contenuti scelti dell’opera di Panikkar, documentati da Werner Weick per la radio svizzera RSI: http://www.rsi.ch/mondivicini/welcome.cfm?idg=0&ids=899 Nella conversazione dedicata ai “luoghi” della religione affiora uno dei concetti più originali tra i molti temi cari a Panikkar: quello della cristianía, in alternativa alla cristianità e al cristianesimo. Che ricostruisce la particolare natura della chiamata spirituale del sacerdote cattolico Raimon Panikkar. Per certi versi e con i limiti della giustapposizione, alter ego del laico Tiziano Terzani – mi pare ateo, se ateo può considerarsi un Tiziano Terzani. Senza ulteriormente entrare nel merito dell’Arcadia, trovo ridicole le tesi che la ridicolizzano, o tentano di farlo. Se uno ne parla masticando chewing gum, mentre scommette a betfair è probabile che possano diventare plausibili persino certe perle di saggezza. Il legame sociale delle “Ricerche Filosofiche” del Wittengenstein non può essere liquidato come un vetusto lascito del passato. Pertanto non essendone parte, provo almeno ad astenermi da un giudizio che muove da pregiudizio, piuttosto che da un preliminare approfondimento, ove questo fosse financo sufficiente. Personalmente non lo farei: ma non mi permetto di affermare che chi si batte a sangue è un burattino nelle mani di chissà chi. Magari del parroco che conta, nella situazione concreta, quanto il due di picche. Ciro Cazzaniga

Normanno 13 ottobre 2010 alle 08:27





Comunque, tornado all’oggetto del post e cioè i luoghi e volendo dare un esempio di capolavoro (che ovviamente è tale a mio giudizio e nella mia sfera di interesse), non posso non ricordare il magnifico “Il pedriolo elvetico” di Elmex.
Un’opera maestosa nella quale l’autore usa la scrittura come un immenso imbuto attraverso il quale riesce a far “entrare” nella mente del lettore una cacofonia di concetti. Concetti tutti riconducibili, però, al soggetto “luogo”: luoghi come spazi, le alpi svizzere; luoghi come interfacce di comunicazione, i dialetti locali; luoghi come culture, le tradizioni orali.
Non a caso Elmex cita spesso l’opera di Tael, un cantore delle tradizioni ticinesi.

palindromo 13 ottobre 2010 alle 11:05





Vorrei infine fare riferimento ad un concetto legato al “luogo” inteso in senso “topologico” del post riferrendomi al concetto di “nuvola di significati” introdotto da R. Schicchi nella sua opera “il luogo nuovo, metatecnica interpretativa”.
Nella definizione geometrica della dispersione del “significato” si costituisce un grafico n-dimensionale definente uno spazio geometrico variabile definito dal Cripter “spazio zingaro”.
Punti raccoglientisi in un luogo, in un tempo e creanti solidi densi sfaccettati alla n-derivata.
saluti.

Helmutart28 13 ottobre 2010 alle 16:28





Il poeta non comprende la parola luogo anche se nel tempo vi è una forma tattile e visiva, il poeta potrebbe nascondersi dentro una valigia e passare da un continente all’altro lasciando solo impressioni premature e incondizionate dall’uomo.
Vi è un luogo mentale dove si formano i pensieri del poeta che scinde l’emozione dal presente, mentre l’amaca oscilla davanti al mare o nelle fogne di una città inesistente,la fine di un discorso o di una singola parola.
Il poeta arranca in mondi lontani, metafisici, creati dai numeri e dalle cose, impartendo lezioni d’animo.
Potrebbe scrivere i suoi versi immerso nell’opinione di ogni cosa , emarginando i testi scritti da i grandi pensatori. Nella moderna visione del nostro millennio la parola luogo trova la non esistenza e arranca nelle pagine web, lasciando interpretare al poeta la favola della vita
dentro al luogo incondizionato della sensibilità.
Il poeta non esiste, è una figura marginale creata dalla gente,
nell’attimo in cui l’uomo cammina lungo le rotaie del presente.

italo testa 14 ottobre 2010 alle 12:43





opacità dei luoghi e opacità dei giochi. c’è un intreccio, che son proprio diramazioni, le stratificazioni del linguaggio, i suoi nodi, ad opporsi ad una presa trasparente, a resistono ad una liquidazione logica senza residui.
nell’opacità c’e’ anche il nodo mnemonico: certo dei versi possono suscitare ricordi, ma e’ nel captare uno strato di memoria non disponibile, in qualche modo anteriore al soggetto, non trasparente al suo ricordo, che un verso risuona

2 commenti:

LateThink ha detto...

Mi raccomando: cerchiamo tutti l'opera di Caponegro e osserviamo attentamente la Luce.

leftheleft ha detto...

Caponegro rules!